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EDUCARE ALLA VIOLENZA


Riflettendo su
L'Educare alla Violenza


Dott.sa Sabrina Costantini

“Educare alla violenza”, può sembrare un obiettivo strampalato, un controsenso, una mira violenta essa stessa, ma in verità costituisce un’educazione, un accompagnamento nel viaggio del riconoscimento e della conoscenza di ciò che significa questo termine.
La violenza ha molte sfaccettature e la maggior parte di esse sono nascoste e misconosciute agli occhi dei più.
Si parla di educazione a condotte non violente, di educazione alla pace, di educare alla cooperazione, ma per arrivare a questi obiettivi significativi è importante riconoscere le condotte violente, saperle individuare nella nostra quotidianità, nei grandi ma soprattutto nei piccoli gesti.
Siamo circondati da violenza che non riconosciamo e non leggiamo, negli atti, negli atti mancati, nella lingua italiana, nei libri scolastici, nelle espressioni, nei giochi per bambini, nelle opportunità non fornite, nella violazione della privacy, nello svilimento e denigrazione, nelle immagini pubblicitarie, nel grande e piccolo schermo, nell’immaginario collettivo ….
La violenza attraversa tanti piani, quello fisico, psicologico, economico, sociale, ma attraversa anche vari livelli e condizioni, si trova fra minori, fra adulti, fra adulti e minori, di uno contro uno, di un gruppo contro uno, gruppi contro gruppi, simmetrico e asimmetrico per età, per genere, per generazioni, condizione sociale, economica, di potere, di ruolo, di posizione, di competenza, ecc.
Le possibilità sono infinite e nessuna di esse si presenta isolatamente, ma sempre combinate insieme, a creare spesso una condizione difficilmente districabile, soprattutto per chi subisce violenza in modo continuo, assorbendola, abituandocisi, tollerando sempre più uno stato, che intorbidisce il discernimento, priva la liberà e le capacità personali.

Ricordiamo che la violenza è tutto ciò che induce paura e limita la libertà.
Soprattutto su quest’ultima parte vi è una variabilità veramente grande. Pensiamo ad esempio, a tutto ciò che riduce la fiducia in sé, che svaluta costantemente, che corrode la consapevolezza dei diritti e delle possibilità. In questo caso, la libertà viene minata da dentro, nessuno costringe a fare o non fare in modo diretto, ma annullando la consapevolezza, la forza, la decisionalità, si distrugge il libero arbitrio di quella specifica persona, in modo silente e invisibile agli occhi dei “non educati”.
Facciamo ad esempio il caso di uno stalker che molesti la sua preda inviando continuamente e-mail o sms, alternando notizie su sé, pressioni e minacce (più o meno esplicite, del tipo “mi ammazzo”, “non mi arrenderò mai”, “se ti trovo ti faccio vedere io …”).

Quale tipo di violenza sta subendo la nostra vittima?
Il molestatore sta inviando messaggi non desiderati in modo continuo, questo produce una serie di emozioni e sensazioni forzate, quali paura, rabbia, ansia, angoscia, tristezza, confusione, dubbio. Queste emozioni se protratte nel tempo, causano disagi significativi nel ritmo sonno-veglia, nell’alimentazione, nelle funzioni digestive, gastro-intestinali, nella resistenza del sistema immunitario, nello stato di salute generale.
Vi sono poi tutte le modificazioni di abitudini, luoghi frequentati, opportunità di socializzazione, libertà di movimento in genere che viene sensibilmente danneggiata.
Un altro effetto consistente riguarda il controllo sul tempo, la vittima si sente costretta psicologicamente ad utilizzare una parte del suo tempo a leggere, rileggere e pensare ai messaggi. Non leggerli vuol dire temere di aver perso informazioni che potrebbero mettere a rischio o a riparo dal rischio, mentre leggerli produce l’illusione di avere un po’ di controllo sulla situazione. Automaticamente, si produce una sorta di induzione di pensieri forzati, ovvero la vittima è indotta attraverso i messaggi, a pensieri ripetitivi e ossessivi sul suo stalker.

Ma chi obbliga la vittima a fare tutto questo?

Apparentemente nessuno, in realtà la paura e l’ansia che si scatena. I mille dubbi su cosa può succedere, sull’eventuale pericolo o meno, su qualcosa di incontrollabile, di inesorabile.

La vittima non è più libera di vivere serenamente, è costantemente proiettata a pensare a ciò che ha saputo dal suo molestatore, a cosa ciò possa comportare. Anche l’assenza immotivata di messaggi suscita ansia, il vuoto induce mille dubbi e soprattutto una totale perdita di controllo.

Che significa il silenzio? Cosa devo temere? Coma mi sta aspettando? Ha mollato o sta architettando qualcosa a mie spese?
Insomma capite, che viene minata la serenità, la capacità di giudizio, di gestire la propria quotidianità, le relazioni, la progettualità e via dicendo, intersecandosi mille e mille piani diversi, il molestatore diventa unico oggetto di investimento e attenzione.
Le grandi violenze, quelle che si vedono a occhio nudo, che hanno conseguenza concrete sulle persone e sugli oggetti sono importanti, ma hanno almeno il pregio di essere visibili, riconosciute e più facilmente definibili, ma tutto il resto, tutto quello che è invisibile e non compreso, è assai più dannoso, mal definibile e mal gestibile.
E’ necessario ribaltare il pensiero dominante, abbattere i pregiudizi, le forme sottili di discriminazione, svalutazione, limitazione, isolamento. E’ necessario educare ad un altro stile di vivere-socio-emotivo.

E’ necessario capire che anche il polo forte, chi sembra privilegiato (di solito il sesso maschile) dalle condizioni discriminanti, degli stereotipi e della violenza, è esso stesso vittima di schemi che limitano comunque la libertà.
Chi risiede nella posizione di potere, si sente padrone del mondo, ma per la verità è limitato nella libertà di scelta e di movimento, deve comunque rientrare in un modello scelto in modo rigido, pena la perdita di identità e di potere stesso.
Il nostro contesto socio-culturale-economico limita le donne in molte sfere, da quella economica, a quella politica, a quella dirigenziale, decisionale, favorendo nettamente il polo maschile. Ma gli uomini sono relegati al registro del fare, della forza, della dimostrazione, della decisione, ma a loro viene interdetto il campo dell’emotività.
Non a caso, gli uomini vittime di violenza sono assai riluttanti a chiedere aiuto. Talvolta gli uomini non hanno paura dei loro molestatori, ma per lo più, non si possono permette di dire di avere paura, ma forse neanche di sentire quest’emozione.
E’ vero che le donne sono fisicamente più deboli degli uomini e difficilmente ricorrono ad armi letali, non dimentichiamo però che le donne violente utilizzano altri strumenti, quali la diffamazione, il raggiro, lo screditamento, la persecuzione sottile, il danneggiamento di cose, non meno disturbanti e ansiogene.
Ma gli stereotipi vogliono l’uomo forte, senza macchia né paura, sempre pronto a soddisfare le richieste di qualunque donna gli si pari innanzi.
Così releghiamo questo cosiddetto polo forte ad un ruolo, altrettanto limitato di quello del polo debole!
Ma ancora, riflettiamo sulla reazione di molte donne, quando si parla di violenza rivolta agli uomini. Spesso ci si pone in un’ottica di rivendicazione “Ce ne hanno fatto da sempre a noi, ora tocca un po’ a loro!”
Vediamo quanto gli stereotipi riducono la consapevolezza e l’umanità, rendendoci schiavi e ciechi. L’essere state vittime per millenni non deve renderci a nostra volta torturatrici, altrimenti diventiamo ciò che condanniamo e restiamo sempre sulla giostra della violenza.

La consapevolezza deve aiutare a cambiare, ad allargare il campo, ad integrare ciascuno individuo, di ciò di cui è stato privato forzatamente.
Non si deve cadere in una lotta fra generi, né fra ruoli o poteri, perché anche questa è violenza, limitazione, sottrazione, spossesso.
E’ importante e-ducare, ovvero tirare fuori quanto è già contenuto nelle potenzialità di ciascuno, interagire ed intervenire senza giudizio. Questo riguarda tutti noi, ma a maggior ragione chi cura, chi educa per professione, chi aiuta a crescere, che deve essere fatto a prescindere da ciò che ci appare di primo acchito (razza, colore, accento, lingua, sesso, ruolo, ecc.), ma anche a prescindere dai propri pregiudizi, dalle aspettative e da tutte le idee che appartengono a noi e non sono nel progetto dell’altro!
Ma se andiamo ancora oltre, direi che l’educazione alla violenza in realtà deve integrare anche l’educazione emotiva e relazionale. Sto pensando alla disfunzionalità del coping nelle vittime di violenza.

Il coping infatti, se di primo acchito permette la tolleranza di una situazione, alla lunga tollerare e adattarsi alla violenza diventa assai dannoso.
E’ presumibile che le vittime uomini chiedano raramente aiuto, proprio perché assai abili nel mettere in atto strategie di coping apparentemente funzionali e pratiche, ma di fatto dannose per il proprio benessere, per l’integrazione psico-emotiva. Come già detto, alle donne sono interdette spesse molte aree, del sapere, del fare, del potere, agli uomini sono interdette le emozioni ed il sentire. In questo caso il coping persevera la condizione di vittima e di violenza, impedendo la consapevolezza e la richiesta d’aiuto.

Può sembrare un controsenso, ma in verità il coping è un adattamento non un cambiamento personale. Noi ci modelliamo sulla situazione e questo è positivo quando la situazione è costruttiva, non lo è più quando la situazione è disfunzionale.
L’educazione va ben oltre l’adattamento, ribalta i piani appunto!




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