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L'ESPERIENZA DELLO SPORTELLO ANTISTALKING DI PISA (PARTE II)


Come visto in alcune ricerche, la separazione induce sintomi spiacevoli, analoghi a quelli d’astinenza da oppiacei, dimostrando l’importanza della relazione, nel suo nutrimento psicologico ma anche bio-chimico. La difficoltà nella separazione, sia nel carnefice che nella vittima, è tanto più forte quanto più intensa la stimolazione fornita nel legame, da contatto o da distanza. (De Zulueta)
Quando poi le risposte agli stimoli sono intermittenti, risultano ancora più intense e adrenergiche-dopaminergiche. Pensate per esempio alla vittima che per nove volte non risponde alle chiamate e alla decima cede, per esempio! Come per le droghe anche qui non si può pensare “un’altra volta e poi basta”, perché questa “sola” volta è molto seduttiva psicologicamente e biologicamente, inducendo un rinforzo nella condotta molestante stessa, che ha bisogno solo di essere intensificata, ma alla lunga ottiene risposta.

In certi contesti non è importante la natura della relazione, il polo che la caratterizza. Un legame tormentante è comunque fonte di molte stimolazioni, le persone implicate sono sempre alla prova, sono attive, pronte a cercare cause, scuse, giustificazioni, riparazioni, ecc. Un legame emotivamente tormentante-eccitante, permette di fuggire dal vuoto, dalla depressione, da qualcosa di più interno e sgradito.
Guardando le ricerche sullo stile di attaccamento, si evince che le coppie di bambini dove si manifesta aggressività, abuso e sfruttamento sono formate dal pattern A (ambivalente, nel ruolo di carnefice) e dal pattern C (ansioso, nel ruolo di vittima). I bambini con un attaccamento sicuro invece, non si sono rivelati né vittime né carnefici.
La persona con attaccamento ambivalente (pattern A), ha avuto una madre rifiutante, quindi una sorta di lutto precoce di una madre buona e la persona con attaccamento ansioso (pattern C), avendo avuto una madre distanziante e poco solida, mantiene una dipendenza affettiva dal genitore e nelle relazioni affettive successive.
Come vediamo nella realtà dei nostri sportelli e nella letteratura corrente, in effetti sembra che questo incastro di pattern relazionali, si ritrovi nella dinamica vittima-stalker.
Gli stalker presentano varietà anagrafiche, sociali, economiche, ma sembrano accomunati: da uno stile di attaccamento ambivalente o ansioso-evitante, frequentemente con un lutto non elaborato alle spalle.
Inoltre, dovendo cercare i fattori che determinano e favoriscono questa condotta, insieme alla psicopatologia individuale, alla patologia della relazione, alla famiglia disfunzione, dobbiamo tener conto dell’importanza del contesto, fra questi abbiamo:

  • Differenza di genere e stereotipi di genere ancora vigenti e ancorati nella cultura, nel sistema di trasmissione culturale (testi scolastici, fiabe, TV, internet, ecc.)
  • Innalzamento della soglia della tolleranza alla violenza: fenomeno di abituazione
  • Sistema di vita, sistema di valori
  • Sistema educativo differenziato per genere

I testi scolastici, la lingua italiana, le fiabe, i cartoni animati, le riviste, le pubblicità, i modelli inseriti nelle pubblicità, i valori tradotti ed esaltati parlano di violenza, di uso e abuso, di “oggettivizzazione”, di controllo dell’altro.
Tutti modelli disfunzionali, che perpetuano una diversificazione di ruolo, una violenza di fondo, una repressione della libera espressione, della valorizzazione dell’emotività e dell’integrazione, della collaborazione a favore della competizione.
Per ultimo ma non ultimo in termini di importanza, dobbiamo spendere due parole a favore DELL’EDUCAZIONE ALLA VIOLENZA.

In questi mesi, l’associazione Oltretutto non si è occupata solo di accogliere vittime e molestatori, ma di andare oltre e di apportare un intervento a più largo spettro. Spesso si parla di “educazione a comportamenti non violenti”, io ritengo che si debba partire al contrario da un’educazione alla violenza, che equivale a far vedere, a mostrare, a educare proprio a ciò che significa violenza. Imparare a riconoscere tutte le espressioni di violenza aiuta a vederla, riconoscerla, per intervenire in prima e in seconda persona.
Tutti noi quotidianamente attuiamo comportamenti violenti e li subiamo senza rendercene conto, è fondamentali valorizzare il loro significato per poter cambiare ed insegnare un comportamento non violento, in modo diretto e indiretto attraverso l’esempio.
Spesso infatti capita che le vittime non si riconoscano come tali perché sono “abituate” da sempre a relazioni insane e violente, perché non leggono certe condotte come soprusi e non si oppongono.
Capita che il gruppo dei pari inizi con giochi che possano finire in atti di violenza verso uno, più compagni, o verso sé, senza comprendere il confine del gioco, della relazione e quello della derisione, devastazione, svalutazione, annullamento, ecc.
Penso anche ai minori, alla scarsa tutela nei loro confronti, al mancato riconoscimento della violenza assistita e non solo, che subiscono continuamente come conviventi di vittime di stalking. Quando arriva un adulto allo sportello infatti, non ci si pone mai la questione dei bambini e dei ragazzi, come vivono la situazione, cosa hanno visto, sentito, subito, quale modello hanno appreso, hanno paura, si sentono tutelati ….?
Ma ancora sulla scia della diseducazione o “mala educazione” come direbbero in Spagna, possiamo inserire la mancata conoscenza e formazione da parte di chi si occupa delle vittime, quali i sanitari, gli assistenti sociali, gli psicologi, le forze dell’ordine, volontari, ecc., che spesso attuano un primo contatto con la vittima poco rispettoso della situazione, talvolta giudicante e violento esso stesso, producendo un processo di vittimizzazione secondaria.

Sto pensando al modo di formulare le domande, al chiedere ripetutamente di raccontare, al farlo in un contesto di scarsa accoglienza e scarsa privacy, penso alle espressioni tendenziose e giudicanti tipo “com’era vestita?” “Che ora era quando era in strada?”, ecc. Ma penso anche al mancato riconoscimento dei segni che una vittima porta, senza farne esplicito riferimento alla violenza e alla cura inadeguata, questo succede spesso col medico di base che è colui/colei che più di tutti riceve la visita e le richieste delle persone, non dimentichiamo infatti che uno dei sintomi frequenti di chi subisce violenza è l’insonnia, l’ansia, ma soprattutto tutta una sequela di somatizzazioni.
Ma gli esempi non si esauriscono qui, anche chi si occupa più propriamente delle relazioni, spesso ha scambiato la violenza per conflitto, insistendo per proposte di mediazione familiare, completamente inadeguata in questi casi, mancando la parità di potere e contrattazione.

Ricordo infatti che la violenza limita la libertà e induce paura, come tale impedisce di poter mediare in piena autonomia e completezza.
Riteniamo quindi che l’educazione alla violenza debba essere un processo rivolto a tutte le età e a tutte le fasce, professionali e non. Imparare a riconoscere la violenza, al di là dei segni espliciti, diventa l’acquisizione di una capacità di lettura più raffinata e obiettiva, di tutte quelle situazioni più silenti, invisibili o con un inizio sotterraneo che possono condurre a processi esponenziali.
Non dimentichiamoci infatti che siamo circondati da violenza, a tutte le età e in tutte le condizioni (scuola, lavoro, relazioni intime, amicali, contesti sportivi, mass media, mezzi educativi, ecc.).

Dr.ssa Sabrina Costantini




l'esperienza dello sportello antistalking di pisa (parte ii)









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