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FALSE ACCUSE NORMATIVA



Avv. Laura Antonelli

Quella delle false accuse è una questione delicatissima che, indirettamente, affonda radici profonde in tutte le fonti del nostro ordinamento a cominciare dalla Costituzione passando per il codice penale e per il codice di rito.

Si tratta di uno tra i tanti motivi che hanno determinato l'introduzione in Italia, nel 1988, del rito accusatorio con conseguente sostituzione del codice di procedura penale e, negli anni seguenti, hanno condotto alla modifica dellart. 111 Cost. 

L'esigenza era, infatti, quella di attribuire al dibattimento il ruolo di snodo fondamentale del processo, crogiuolo della formazione della prova, luogo nel quale la persona offesa e gli altri testimoni devono rilasciare le loro dichiarazioni nel contraddittorio delle parti esponendosi a esame e controesame di tutte le parti del processo.

Si tratta, anche se in queste poche righe sembra un'operazione semplicissima, di una lunghissima evoluzione dottrinaria prima, e giurisprudenziale poi, sulla quale si sono confrontati i più illustri giuristi.

Con l'unico scopo di inquadrare, benché velocemente, il problema che andremo ad affrontare, giova ricordare, infatti, che il citato art. 111 Cost., ai com.i III e IV statuisce che all'imputato deve essere assicurata la facoltà di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico e che la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta,  si è sempre sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore.

Questi fondamentali principi, come vedremo nel prosieguo, sono stati posti per raggiungere l'obiettivo di tutelare l'imputato anche dalle false accuse.

Invero, accusare una persona di un reato è piuttosto semplice: basta formulare un'accusa nei suoi confronti rivolgendosi alla polizia giudiziaria e/o depositando una denuncia o una querela con la descrizione dei fatti lamentati. A quel punto si innescherà quel delicato meccanismo che prende il nome di procedimento e che potrà, se del caso, giungere a un  vero e proprio processo.

Il legislatore, consapevole da sempre della possibilità che alcune accuse siano false, ha previsto e punito il reato di calunnia (art. 368 C.p.) che, per l'appunto, prevede la reclusione da due a sei anni per chiunque (.) incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato.

Come è facile notare, la norma parla genericamente di un reato dal momento che la falsa accusa può avere ad oggetto quasi tutte le fattispecie previste dal codice e dalle leggi speciali.

Perché allora abbiamo sentito la necessità di affrontare la correlazione tra false accuse e il reato di stalking?

I motivi sono di varia natura ma il più importante è di carattere strettamente giuridico ed è intrinsecamente correlato alla formulazione stessa della norma di cui all'art. 612 bis C.p.

Come sarà agevole notare la norma ha margini molto sfumati nel senso che si presenta come un contenitore che può essere riempito con qualunque condotta di minaccia o di molestia trattandosi quindi di un reato cosiddetto a forma libera. Ciò che riceve descrizione particolareggiata contrariamente a quanto avviene nella formulazione delle norme incriminatrici di reati a condotta vincolata non è la condotta del reo ma le conseguenze che essa genera ovvero un perdurante stato d'ansia o di paura ovvero un timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona la medesimo legata da relazione affettiva o ancora costringe ad alterare le proprie abitudini di vita.

Non si parla quindi di elementi IMMEDIATAMENTE tangibili e verificabili come possono essere ad esempio la morte, le lesioni, la sottrazione di beni ecc.

L'esigenza di formulare la norma in questo modo è sorta poiché sono stati (e potrebbero essere) commessi fatti, anche gravissimi, con le modalità più disparate e l'eventuale descrizione di condotte tipiche avrebbe causato la formazione di aree di non punibilità inaccettabili.

[articolo completo nel manuale]

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